Isis, soldi e propaganda anti-occidentale per reclutare nuovi adepti

 

—  Chiara Cruciati, 7.1.2015”Il Manifesto”

Iraq/Siria. A differenza di al Qaeda, il califfo ha come obiettivo il controllo dei territori occupati, non la guerra all'Occidente. Pubblicato il budget 2015: una ricchezza da 2 miliardi di dollari che fa tremare anche gli ex alleati del Golfo

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Miliziani dello Stato Islamico

 © Reuters

 

«Par­la­vano per­fet­ta­mente fran­cese. Dice­vano di essere di al Qaeda». Que­sta la testi­mo­nianza dei soprav­vis­suti all’attacco al maga­zine Char­lie Hebdo, nel cuore di Parigi, nel cuore dell’Europa. Un attacco che risol­leva la que­stione calda dei jiha­di­sti di ritorno, estre­mi­sti euro­pei che, dopo essersi uniti alle file dei gruppi isla­mi­sti medio­rien­tali, adde­strati e sti­pen­diati in Siria e Iraq, ritor­nano ai paesi di ori­gine. Un feno­meno che pre­oc­cupa le can­cel­le­rie euro­pee, soprat­tutto alla luce dei numeri: secondo un rap­porto di otto­bre del Con­si­glio di Sicu­rezza Onu, sareb­bero 16mila i jiha­di­sti stra­nieri tra Siria e Iraq.

Pro­ve­nienti da oltre 80 paesi diversi e pas­sati dallo scar­sa­mente con­trol­lato con­fine turco, atti­rati in Medio Oriente dalla moderna pro­pa­ganda dello Stato Isla­mico e dalla ric­chezza eco­no­mica del calif­fato, sono per lo più cit­ta­dini musul­mani di seconda gene­ra­zione, nati e cre­sciuti in Europa, con un’elevata edu­ca­zione alle spalle e spesso invi­schiati in crisi di iden­tità che il neo­nato califfo punta a risve­gliare e traviare.

Per­ché, a dif­fe­renza della madre abban­do­nata al Qaeda, che dalla lotta all’Occidente ha fatto uno dei capi­saldi della pro­pria dot­trina, all’Isis di attac­care l’Europa e gli Stati uniti importa poco: l’obiettivo dichia­rato del lea­der al-Baghdadi è la crea­zione di una nuova entità poli­tica e reli­giosa, il calif­fato, lo Stato Isla­mico, a cavallo tra Iraq e Siria dove dare vita ad un governo fon­dato sulla Shari’a e sui lucrosi pro­fitti deri­vanti dal con­trollo delle risorse ener­ge­ti­che locali. E gli attac­chi fuori restano nei con­fini del mondo arabo, dall’Algeria alla Libia.

In un tale con­te­sto, la pro­pa­ganda anti-occidentale diventa lo stru­mento di reclu­ta­mento di nuovi mili­ziani euro­pei, il mezzo per atti­rarli e uti­liz­zarli ai pro­pri fini. Che il loro ritorno in Europa possa tra­dursi in attac­chi indi­vi­duali fa il gioco di al-Baghdadi, che raf­forza così il pro­prio mes­sag­gio propagandistico.

L’elevata pre­senza di stra­nieri tra Siria e Iraq, defi­nita dall’Onu «senza pre­ce­denti», è lo spec­chio del pro­se­li­ti­smo cosmo­po­lita di al-Baghdadi, un lin­guag­gio inter­na­zio­nale distri­buito attra­verso i social net­work, maga­zine online, video di moderna fat­tura che rac­con­tano di come oggi lo Stato Isla­mico con­trolli sei milioni di per­sone tra Iraq e Siria, por­zioni di ter­ri­to­rio più ampie di quelle effet­ti­va­mente con­trol­late dai governi di Bagh­dad e Damasco.

Alla mac­china della pro­pa­ganda, l’Isis affianca un bud­get che mai al Qaeda ha rag­giunto. Gra­zie all’iniziale e fon­da­men­tale finan­zia­mento dei paesi del Golfo, Ara­bia sau­dita in testa (che ha visto nei gruppi estre­mi­sti sun­niti lo stru­mento per fre­nare l’asse sciita gui­dato dall’Iran), oggi lo Stato Isla­mico gode di entrate quasi del tutto indi­pen­denti, frutto delle raz­zie com­piute nelle ban­che, dei riscatti deri­vanti dalla presa di ostaggi locali e occi­den­tali e della ven­dita a prezzi strac­ciati del petro­lio iracheno.

Secondo ex jiha­di­sti inter­vi­stati dopo aver abban­do­nato l’Isis, il calif­fato è in grado di pagare sti­pendi fissi ai mili­ziani stra­nieri, da un minimo di 400 dol­lari a 1.200. Tanti soldi che spesso hanno spinto mem­bri del Fronte al-Nusra e del mode­rato Eser­cito Libero Siriano a cam­biare ban­diera e arruo­larsi con l’Isis. A riprova di tale ric­chezza c’è il bud­get interno reso pub­blico dallo stesso Stato Isla­mico: nel 2015 il calif­fato godrà di due miliardi di dol­lari, che saranno impie­gati nella coper­tura degli sti­pendi dei mili­ziani e i risar­ci­menti alle fami­glie dei caduti. Resterà un sur­plus di 250 milioni di dol­lari (secondo un cal­colo con­si­de­rato cre­di­bile da think tank arabi e euro­pei) per coprire i costi della con­ti­nua avan­zata mili­tare e che sarà ammi­ni­strato dalla prima banca del calif­fato a Mosul.

E se a fon­dare le basi eco­no­mi­che e mili­tari dell’Isis è stata anche Riyadh, oggi l’Arabia sau­dita è tra i paesi che pagano le spese del jiha­di­smo di ritorno. In un’intervista del 29 ago­sto scorso al mani­fe­sto l’analista pale­sti­nese Rab­bani, con­di­ret­tore del think tank Jada­liyya, lo aveva pre­vi­sto: «Nell’ultimo decen­nio gran parte dei mili­ziani dei gruppi radi­cali sono arri­vati dal Golfo: sep­pure man­chino prove incon­fu­ta­bili di un reclu­ta­mento di nuovi jiha­di­sti da parte di Riyadh o Doha, sicu­ra­mente non sono stati fer­mati. Il Golfo è stato il primo spon­sor di que­sti gruppi nel ten­ta­tivo di far frut­tare i pro­pri inte­ressi nella regione e di indi­riz­zare le loro ener­gie fuori dai pro­pri con­fini. Ora il timore è che pos­sano tor­nare indie­tro. In Ara­bia Sau­dita suc­cede già».